Barche, banche, pizze e Stoccolma

 

Ricordo un colloquio, tempo fa. Un colloquio ordinario, classico, in cui di fronte a me si trova una ragazza la cui ambizione è quella di essere assunta in una posizione relativa all’ambito banking & finance, per il quale siamo specializzati. Come da copione, a domande si alternano risposte, e si procede nel regolare svolgimento dei fatti, fino al punto in cui mi trovo a introdurre a chi si trova davanti a me un’impresa operante, manco a dirlo, nel nostro ambito di interesse. Ai tempi tale impresa cercava una figura corrispondente a grandi linee a quella della candidata e risultava di una certa importanza esplicarla a quest’ultima, per sondare una sua eventuale intenzione, o parere, qualora ci fosse stato, a riguardo di quello che sarebbe potuto diventare il suo futuro datore di poltrona, lavoro e caffè. Inevitabilmente arriva il momento in cui presento il nome dell’impresa, a cui segue la mia domanda “La conosce?”. La risposta si fa attendere ma poi come un fulmine a ciel sereno prende forma un “Ehm.. Si, è quella grossa azienda che produce yacht, vero?”. Importante ricordare che noi trattiamo esclusivamente il settore finanziario, e si presuppone che chi interagisca con noi ne abbia coscienza.

 

Ora, pur considerando la possibilità che la candidata di cui sopra sia potuta semplicemente incappare in un pasticcio del momento, scambiando un nome per un altro, o una barca per una banca, colgo qui l’occasione per agganciarmi ad un tema ricorrente del nostro lavoro, ovvero quelle situazioni in cui chi si trova a rispondere ad una domanda di cui non conosce la risposta, pur di non concedersi una figuraccia (figuraccia a suo parere, non nostro) o di non farsi trovare estremamente sul pezzo, si arrovella, si arrampica su ripide pareti rocciose compiendo sforzi supremi per raggiungere sofisticate risposte irrimediabilmente sbagliate, o che quantomeno non risultano più efficaci di qualcosa di semplice e sincero. Qui non si tratta della risposta giusta o di quella sbagliata, si tratta piuttosto di quelle caratteristiche di una persona che si lasciano lievemente scorgere a seguito dell’approccio ad una situazione. Non conosci la risposta, a quel punto cosa fai? Provi a tutti i costi a darne una per non incappare nella “scena muta” che ti terrorizza dai tempi di banchi e professori, o ti concedi un “non lo so/non me lo ricordo/è un’azienda che non conosco, quando torno a casa mi posso informare.” ? Anche noi Headhunters avremmo voluto essere onniscienti, ma questo dono non ci è stato concesso e siamo quasi sicuri che non sia stato concesso a nessun altro, ergo è prevedibile che non si abbia sempre una risposta pronta per ogni situazione e per ogni domanda. Vale più la pena valutare come si comporta in queste situazioni “scomode”chi ci si trova di fronte, ed è per questo che ogni tanto vengono poste domande come “Quante palline da tennis entrano in una stanza?” o “Quante pizze vengono consegnate ogni sera a Stoccolma?”, perché anche in seguito a questi trabocchetti qualcuno prova il volo pindarico, anziché  tentare un approccio più logico razionale.

Il consiglio quindi è questo: un colloquio non è una gara a chi la sa più lunga, non si vincono premi, non si possono chiedere aiuti da casa e non si perde tutto se non si sa esattamente cosa rispondere. Ciò che conta piuttosto sono sincerità, naturalezza, e come si affronta una situazione forse inaspettata.

 

P.s. Quante pizze vengono consegnate ogni sera a Stoccolma?