Fidarsi del proprio Head Hunter

 

Può sembrare un’osservazione banale e forse lo è, ma la banalità, a volte, contiene un po’ di saggezza.

Soprattutto se coniugata a una lunga esperienza.

Quando si incontra un Headhunter (che normalmente vi ha contattato o che avete contattato per valutare un nuovo impiego) è indispensabile mantenere la massima trasparenza e sincerità. E, più di tutto, nutrire nei suoi confronti la massima fiducia.

Bisogna infatti partire da un presupposto a dir poco sano: l’Headhunter è lì per voi, perché i candidati sono il suo patrimonio più importante e dunque, un Headhunter che sappia fare il proprio lavoro, ha tutto l’interesse (deontologico oltre che economico) a collocare la persona giusta nel posto giusto.

Ecco perché, passando dalla teoria alla pratica, ci sentiamo di tradurre il principio in alcuni consigli utili ad entrambi le parti, ricordando che il fine comune è esattamente lo stesso: trovare una nuova posizione lavorativa che coniughi le aspettative del candidato con quelle del cliente (che dell’Headhunter rimane pur sempre il committente).

 

– Innanzitutto non rifiutarsi di firmare l’autorizzazione alla privacy. Senza questo documento l’Headhunter non è autorizzato a procedere con la vostra candidatura, anche qualora questa fosse la migliore per la posizione a cui sta lavorando. Alcuni candidati, purtroppo, non lo vogliono fare pensando (va’ tu poi a capire perché) che dietro ci sia qualche fregatura. Non c’è nessun trucco: si tratta solo di un obbligo di legge a cui tutte le agenzie del lavoro devono adempiere.

– Non barare sulla propria retribuzione. Avete presente il detto: “prima o poi tutti i nodi vengono al pettine”? È esattamente così: al momento di assumere un professionista, il futuro datore di lavoro richiede la documentazione (normalmente le ultime due buste paga ed il famigerato CUD) che attesti quanto affermato dal candidato. Se i dati non coincidono sono guai…(voi vi portereste a bordo qualcuno che ha mentito su un dato fondamentale e, soprattutto, esattamente verificabile? Se siete allergici ai bugiardi o anche solo intolleranti alla scarsa intelligenza sociale, la risposta non dovrebbe essere così difficile).

– Raccontare con la massima trasparenza il proprio percorso lavorativo, chiarendo, se necessario, i punti più oscuri. Ricordatevi: l’Headhunter non vi sta interrogando perché non vi trovate in questura. Sta solo cercando di comprendere nel modo migliore possibile la vostra storia e le vostre caratteristiche professionali così da poterle rappresentare con la massima efficacia ed efficienza al suo committente, vale a dire il vostro potenziale futuro datore di lavoro. Insomma: se siete il candidato giusto, il colloquio lo dimostrerà (leggasi: essere collaborativi conviene).

– Non cadere mai nell’errore di giudicare l’incontro con l’Headhunter una perdita di tempo se questo non si finalizza in un’assunzione. Non esistono infatti candidati “buoni” o “cattivi” (con l’eccezione di criminali e sociopatici assortiti, ma questa è un’altra storia e, personalmente, non ne ho ancora incontrati), bensì candidati “idonei” o “non idonei” per una determinata posizione. Rammentate allora quanto scritto poco sopra, cioè che il candidato è il patrimonio dell’Head Hunter? Bene, in sostanza questo significa che chi non è idoneo per una posizione magari, il giorno dopo, lo sarà per un’altra.

La conclusione?

Fidatevi perché conviene a tutti.

Non dite le bugie perché hanno le gambe corte e, soprattutto, perché noi Head Hunter abbiamo un’ottima memoria.