Migrazioni, Borse e Specchi convessi. Il Quattrocento in terra fiamminga.

 

Inizio Quattrocento. L’Europa è un bacino in fermento, modellata da guerre che ne definiscono lentamente, come mani su porcellana fresca, la forma. I poteri universali, Impero e Chiesa, arrancano contro l’affermarsi di realtà territoriali. La scomoda avanzata degli Ottomani ostacola i traffici sul Mediterraneo, favorendo il delinearsi di nuove tratte e incentivando lo sviluppo di un mercato intraeuropeo che non può più contare su facili scambi con l’Oriente. Come la storia insegna, di necessità si fa virtù, e il commercio europeo si innova, si sviluppa, mette a punto i primi strumenti finanziari, i centri di scambio vengono perfezionati, resi più efficienti e interconnessi. Spiccano in particolare due aree, l’Italia Settentrionale, dalla Liguria alla Lombardia, dalla Toscana al Veneto, e la zona delle Fiandre, comprendente gli attuali territori di Belgio e Olanda. Queste due aree sono accomunate dai più alti tassi di densità di popolazione, da una forte spinta all’attività commerciale, che si rispecchia logicamente in una propensione allo sviluppo e all’inventiva, e da una produzione artistica senza eguali nel resto d’Europa e probabilmente nel mondo (seppur il confronto artistico con le culture orientali risulti difficile e forse presuntuoso).

Affrontate nel precedente articolo cause e dinamiche del connubio tra mondo artistico e finanziario che ha rivoluzionato le sorti della penisola italica, ci soffermiamo ora su quel che avvenne, nel frattempo, nelle fertili terre fiamminghe.

Terre il cui destino subì una svolta decisiva a inizio XV secolo quando, nel 1433, passarono sotto il controllo del duca di Borgogna, Filippo III il Buono, che fin da subito ne valorizzò la strategicità geografica e ne incentivò lo sviluppo commerciale. L’impossibilità di produrre quantitativi di grano sufficienti a soddisfare le esigenze della popolazione convogliarono ulteriormente gli interessi sullo sviluppo di una potente flotta mercantile, che in pochi anni si trovò a competere e a difendersi dagli attacchi della Lega anseatica, che sconfisse più volte.

Amsterdam divenne in poco tempo il principale centro europeo di smercio di grano proveniente dalla regione baltica. Anversa subentrerà prepotentemente nel XVI secolo e Bruges, già considerata uno dei principali porti europei, arrivò a contare 40000 abitanti.

Quest’ultima divenne meta prediletta, e non certo per vacanza, di molti commercianti e finanzieri italiani, dapprima nel Trecento, quando impazzavano gli scambi con Venezia, e poi nel Quattrocento, quando giunsero numerosi investitori e banchieri dalla Lombardia e soprattutto dalla toscana. Uno su tutti, Cosimo de Medici, che aprì una filiale in città (ne aprirà una anche ad Anversa), oltre che i Tani, i Portinari, i Canigiani, i Cavalcanti, i Baroncelli, i Tornabuoni e molti altri, orbitanti tra Bruges, Gand e Anversa, per affari in proprio o per la gestione di filiali di banche toscane.

La città divenne così luogo di incontro e di affari tra mercanti di tutta Europa che, per le loro attività, iniziarono a considerare come luogo di riferimento l’Hotel Der Bourse, palazzo che prendeva nome dai suoi proprietari, i Van Der Bourse, ricca famiglia di mercanti. Si da il caso che questi mercanti, circa un secolo prima, fossero migrati nelle Fiandre lasciando la loro terra d’origine, il Veneto, e il loro vero cognome, Della Borsa.

Si, ciò che ora state probabilmente immaginando è corretto.

È qui che nacque il termine borsa, sopravvissuto fino ai nostri giorni e utilizzato proprio a partire dagli incontri commerciali dei mercanti di Bruges presso l’Hotel Der Bourse.

Seppur già in età antica furono presenti alcune figure che possono essere considerate precursori degli operatori di borsa contemporanei così come dei mercati borsistici, dall’Agorà alla Curia Mercatorum, daltrapezista al mensaurius, a Bruges si effettuò la prima compravendita di titoli nobiliari, rappresentanti crediti o merci provenienti da paesi lontani, non fisicamente disponibili.

Tra i mercanti che frequentavano l’Hotel Der Bourse, ve ne fu uno in particolare. Statura relativamente bassa, occhi globosi, narici leggermente più larghe del normale, labbra sottili, proveniente da Lucca, di nome Giovanni.

Giovanni Arnolfini. Immortale non certo per la sua bella presenza, ma per esser stato ritratto, insieme alla futura moglie, in una delle tele più esemplari della pittura fiamminga del Quindicesimo secolo: I coniugi Arnolfinidi Jan Van Eyck.

Le notizie relative a Giovanni sono limitate ma permettono di comprendere quale fu il suo percorso; percorso segnato prepotentemente da due mondi, quello finanziario e quello artistico, che congiuntamente lo assegnarono alla storia. Il lucchese si trasferì nel 1420 a Bruges, con famiglia. Fu uno dei tantissimi che dalla sua città, passata nel 1406 sotto il controllo fiorentino, partirono per le Fiandre alla ricerca di ricchezza. Lui la ricchezza la trovò, forse anche oltre i suoi migliori auspici. In meno di dieci anni entrò a far parte della più ristretta cerchia di frequentatori del granduca Filippo, di cui divenne

consigliere personale nel 1461. Filippo fu noto mecenate, appassionato di musica, letteratura e pittura, commissionò a Van der Weiden e Van Eyck un gran numero di opere, compiute anche in Spagna; grazie a lui, Arnolfini entrò così in contatto con diversi artisti, tra cui Van Eyck, con cui strinse buoni rapporti e al quale commissionò, nel 1434, un’opera che avrebbe dovuto rappresentare il mercante e sua moglie, Giovanna Cenami, nella loro camera da letto, con il (supposto) significato di promessa di matrimonio.

Ne risultò un dipinto che, a distanza di quasi 600 anni, intriga e affascina chi lo scorge tra le sale della National Gallery di Londra, ritenuto uno dei capolavori di Van Eyck e uno dei punti più elevati e sofisticati della pittura fiamminga.

Van_Eyck_-_Arnolfini_Portrait

Tecnicamente presenta tutte le peculiarità dei pittori delle Fiandre, soprattutto in relazione al contemporaneo Rinascimento italiano: se nella penisola si usava una prospettiva lineare centrica, con un unico punto di fuga e una disposizione degli elementi che ne segue armonicamente la direzione, qui invece i punti di fuga sono multipli e ne risulta un effetto di maggiore inclusione dello spettatore nello spazio, ripreso inoltre da un punto di vista più alto del normale (e Van Eyck non era certo uno stangone).

La pittura ad olio, sperimentata per la prima volta dall’autore stesso, attribuisce agli elementi una proprietà di lucentezza e reattività riflessiva a seconda di come la luce si posa su di essi. Base della straordinaria dinamica luci-ombre dell’arte fiamminga.

L’attenzione ai particolari è anch’essa senza eguali.

Ogni elemento nella stanza è denso, nel dettaglio e nel significato, e va a creare una composizione simbolicamente stratificata. Dall’espressione di ricchezza, all’origine mediterranea dei protagonisti, dalla componente religiosa al futuro matrimonio.

La scritta sulla parete (“Johannes de Eyck fuit hic”) e lo specchio sottostante testimoniano la presenza dell’artista, forse con lo scopo di legittimare l’atto di promessa dei coniugi. Lo specchio, di forma convessa e attorniato da piccole scene religiose incavate nel legno, rappresenta l’elemento più unico e innovativo della composizione, restituendo all’occhio dell’osservatore una immagine deformata e raffigurante, oltre a uomo e donna di spalle, due altre piccole figure, tra cui Van Eyck. Il lampadario, le vesti solenni dei coniugi e soprattutto le vetrate poste sulla sinistra, lusso che solo pochi si concedevano, rappresentano l’appartenenza alla nobiltà, la ricchezza e il successo in affari. Nei soggetti è rappresentata da un lato la solennità del mercante, le posizioni delle cui mani simboleggiano l’autorità famigliare (mano sinistra che regge quella della compagna) e sociale (mano destra sollevata), dall’altro la fertilità della donna, che appoggia una mano sul ventre e che china il capo in segno di sottomissione.

Infine, il cane simboleggia futura fedeltà, e le mele poste sul davanzale della finestra, oltre ad essere un alimento considerato pregiato, simboleggiano la provenienza mediterranea dei soggetti.

All’ombra di un tale capolavoro vi furono molte altre opere commissionate da mercanti e banchieri residenti nelle Fiandre di metà millennio, a partire dall’altro ritratto di Giovanni Arnolfini, sempre per mano di Van Eyck, passando per le opere di Quentin Massays e Marinus Van der Reymerswaele, giungendo ai ritratti di Hans Holbein, contemporanei all’apertura della prima borsa “nel senso più moderno del termine”, datata 1531 e situata ad Anversa. Ma questa è un’altra storia…