Medici, fama e purgatorio. La Firenze rinascimentale tra arte e finanza.

 

Quando si pensa a un concetto come il Rinascimento, può risultare facile rimanere talmente abbagliati da fascino e splendore che inebriano le nostre percezioni da non riuscire ad andare molto oltre a questo primo impatto. Troppe poche volte la curiosità ci ha portato alla ricerca di quegli elementi, di quei “perché” e di quei “come” che, intersecandosi silenziosamente dietro le quinte, hanno fatto sì che il pubblico potesse ammirarne stupefatto il risultato su palcoscenico.

Uno degli aspetti che hanno avuto una influenza determinante nello sviluppo artistico, e non solo, della “Rinascita” quattro-cinquecentesca è stato sicuramente il fiorire del sistema finanziario, dei suoi attori e dei cambiamenti tecnici e sociali a cui ha portato. Arte e finanza, tanto diverse e per alcuni aspetti tanto simili, sono sempre state a contatto l’una con l’altra nell’arco del tempo. Quasi fossero una coppia, hanno trascorso periodi di vicinanza morbosa e periodi in cui si concedevano più indipendenza, tenendosi comunque d’occhio da lontano. Seicento anni fa, in Italia, il loro primo appuntamento.

Compiamo dunque un tuffo nel passato lungo seicento anni e partiamo dalla figura del mercante. Già diffuso durante il Medioevo, è nel Rinascimento che  questa figura interpreta un ruolo fondamentale nelle più ferventi città d’Italia e del centro Europa. Se fino ad allora quando si diceva “mercante” ci si riferiva a commercianti e produttori manifatturieri, da lì in poi si comprenderà anche il ruolo del banchiere, derivante dalla parola bancherius, comparsa per la prima volta in Liguria. Fu infatti a Genova che, nel 1406, nacque la “Casa delle compere e dei banchi di San Giorgio”, prima banca propriamente detta. Da inizio secolo, dunque, i termini banchiere e mercante cominciarono a sovrapporsi e a essere spesso utilizzati indistintamente per riferirsi a un medesimo concetto.

Casa delle compere e dei banchi di San Giorgio
L'attuale Palazzo San Giorgio, che per quattrocento anni è stato sede della Casa delle Compere e dei Banchi di San Giorgio

Se questo percorso parte dalle coste liguri, la sua fase determinante prende però forma nelle colline toscane e in particolar modo a Firenze, uno dei centri commerciali più vivaci, popolosi e strategici d’Europa, teatro dell’ascesa al potere di molte delle famiglie che verranno ricordate tra le più influenti del vecchio continente. Fu dunque nella culla del pensiero umanista che prese luogo una vera e propria rivoluzione finanziaria: i mercanti iniziarono a utilizzare il denaro come mai prima era stato fatto, accumulandolo e prestandolo per ottenerne una aggiunta. Da quel momento il fiorino non venne più considerato solo come uno strumento d’acquisto, ma divenne una merce vera e propria, scambiabile e prestabile, il cui prezzo venne definito “interesse”. Il cambiamento fu grandioso, fece le fortune dei mercanti fiorentini e nell’arco di poco tempo si estese dapprima ad altre regioni d’Italia, Lombardia in primis, e poi in tutti i più importanti centri commerciali europei, da Anversa a Londra, da Amsterdam a Francoforte. Grandi famiglie come Strozzi, Medici, Bardi e Peruzzi impersonificarono il latente passaggio da mercante a banchiere che investì un intero strato sociale e rappresentarono più di ogni altro le opportunità offerte dal nascente mercato finanziario, tanto che in breve tempo arrivarono a prestare soldi a monarchi e al papato (Bardi e Peruzzi fallirono perché i re erano soliti non restituire quanto dovuto). I quantitativi di denaro “in movimento” e la complessità delle operazioni finanziarie divennero tali da sfociare nell’adozione di tecniche innovative come la cosiddetta “partita doppia”, che fece la sua comparsa nel 1445 ad opera di Fra Luca Pacioli, o gli assegni, introdotti nel 1374 a Pisa. La lettera di cambio, invece, nata nel 1191 ad opera del notaio genovese Guglielmo Cassidoro e sbarcata in toscana nel tredicesimo secolo, venne incontro alle crescenti esigenze di spostare significanti quantità di denaro in luoghi dove si commerciava con valute differenti. Con quest’ultima, i mercanti scoprirono la possibilità di lucrare sui cambi e di “coprire” i guadagni derivanti dall’usura, giudicata peccaminosa dalla Chiesa. Antico e Nuovo Testamento, infatti, sostengono che l’uomo debba guadagnarsi il pane con il sudore della sua fatica e l’interesse, in quanto non deriva dal lavoro, risulta contro natura. Concetto ripreso da San Tommaso, che collega il peccato dell’usura alla cupidigia e al furto di tempo.

Vedremo tra poco come il tormento per la dannazione, che tolse il sonno ai grandi mercanti/banchieri di quell’epoca, svolse inaspettatamente il ruolo di collante tra arte e finanza.

Per far ciò, dobbiamo prima tornare brevemente al 1274, anno in cui, durante il Concilio Vaticano sostenuto a Lione, venne chiaramente trattato il concetto di Purgatorio, ripreso poi nel Concilio di Firenze del 1438. Il Purgatorio, introdotto in via generale per venire incontro ai cambiamenti storici imposti dal passare del tempo, concedette finalmente anche una speranza di salvezza a figure come i banchieri che prima d’allora si vedevano destinati alla dannazione. La conseguenza di questa nuova speranza può essere esplicata in modo chiaro tramite un unico, simbolico, esempio. Cosimo de Medici, considerato il vero artefice dell’espansione finanziaria medicea, fondamentale per le sorti della città, si rivolse direttamente al pontefice, ai tempi anche suo cliente, domandando come potersi liberare dei peccati che lo tormentavano, usura in primis.

Cosimone patachione
Ritratto di Cosimo de Medici (Pontormo)

Il pontefice rispose che se avesse investito 10000 fiorini per il restauro del convento di San Marco sarebbe stato ufficialmente assolto dalle sue colpe tramite bolla papale. E così avvenne. Fu l’inizio di una tendenza che portò non solo Cosimo, che finanziò anche il restauro della Basilica di San Lorenzo e della Badia Fiesolana, ma anche molti altri mercanti in tutta Italia a investire nell’arte e nel restauro per ottenere un “lascia passare per il Paradiso”. Tra i tanti, va ricordato il caso degli Scrovegni, famiglia padovana largamente arricchitasi grazie al prestito di denaro, che commissionarono a Giotto una cappella di famiglia dedicata alla Vergine per ottenere il perdono dei peccati.

La salvazione fu determinante, ma non fu senz’altro l’unico propulsore al mecenatismo dei grandi finanzieri del quindicesimo secolo. Fama, prestigio, immortalità. Cosimo de Medici, tanto per cambiare, insegna: uomo in grado di raddoppiare in poco più di quarant’anni il patrimonio di famiglia, dimostrò grandi capacità socio-politiche oltre che finanziarie. Nella sua costante ricerca del consenso popolare e nell’intricato e fragile gioco di alleanze politiche, la sua fama di mecenate seppe spostare gli equilibri a suo favore. Nel 1420 vi erano banche medicee a Firenze, Roma e Venezia, ma negli anni successivi l’espansione guidata da Cosimo portò all’apertura di filiali in tutti i più importanti centri commerciali europei, tra cui Basilea, Avignone, Parigi, Londra, Bruges e Anversa. Il suo mecenatismo crebbe in modo direttamente proporzionale al potere conseguito e protezione e commissioni portarono artisti come Donatello, Michelangelo e Botticelli a poter lavorare con continuità e a poter esprimere ciò di cui erano capaci. Non a caso, il David di Donatello fu realizzato intorno al 1440, e fu destinato ad abbellire il cortile dei Medici. La residenza divenne il mezzo tramite cui si comunicava il proprio ceto sociale, il successo e il potere raggiunti, acquisendo caratteristiche estetico-ornamentali che andavano ben oltre il pragmatismo medievale e che, partendo dal capoluogo toscano, ridefinirono la concezione di architettura urbana. Palazzo Medici Riccardi, Palazzo Strozzi, Palazzo Rucellai. Sono solo alcune, esemplari, dimostrazioni.

palazzo Medici Riccardi
Interno di Palazzo Medici Riccardi, considerato "la prova più diretta ed efficace del primato politico e culturale dei Medici a Firenze"

In sostanza, la vita di Cosimo de Medici è un esempio fin troppo chiaro per dimostrare quali furono le cause e gli effetti dell'incontro tra arte e finanza di quel tempo. Esempio che, però, non deve trarre in inganno, facendoci dimenticare che tali dinamiche interessarono il più potente banchiere di Firenze quanto il più scapestrato dei mercanti di Pisa, Venezia, Padova, Urbino, Genova e tanti altri centri più o meno grandi sparsi in tutta europa.

Arte da una parte e finanza dall'altra, insomma, come fossero api e fiori, elementi in natura complementari, si ritrovano legati in un'unione sorprendente, atipica, imprescindibile per la loro maturazione.