…E vissero mediocri e contenti?

 

Se vivi in Italia senti parlare di calcio anche se, come me, non sei propriamente un appassionato o per meglio dire non ti interessa minimamente.

Qualche giorno fa leggevo sul Corriere questa notizia  su un giocatore della Juventus che ha deciso, in sostanza, di abbandonare la titolata squadra torinese per approdare al più “modesto” Cagliari, dichiarando di sentirsi “mediocre” per il livello della squadra, di non avere abbastanza talento.

La vicenda fa da spunto a una serie di riflessioni sulla “decrescita felice in chiave personale” e sulle “lezioni di umiltà” che questa storia ha da insegnare a tutti noi.

 

In effetti un calciatore (ma l’esempio potrebbe essere benissimo portato su qualsiasi professione) che rinuncia a soldi, fama e possibilità di crescita per andare a giocare in un contesto più adatto a quelle che ritiene siano le sue capacità, al giorno d’oggi fa notizia.

È giusto fare come ha fatto Padoin, ovvero rinunciare al mito della carriera a tutti i costi, a guadagnare sempre di più per potersi permettere sempre più sfizi e una vita sempre più agiata, a uscire continuamente dalla propria “zona di comfort” per sfidare noi stessi, il mondo che abbiamo attorno, le nostre paure, i nostri limiti?

Non sono genitore, ma credo che questo tema sia importante per chi educa i figli: sempre più spesso sentiamo o leggiamo di storie di ragazzi stressati, infelici, ansiosi perché sentono di deludere le aspettative dei genitori che li vorrebbero avvocati, tennisti, musicisti, manager di successo (anche in questo caso il calcio è uno specchio attendibile del Paese, come in questa storia).

Sono però un headhunter e la riflessione che faccio, e alla quale non ho ancora risposta, è se il mio lavoro imponga necessariamente di spingere i candidati a cercare lavori più sfidanti, più complessi e in definitiva più “rischiosi” per loro, anche quando ci rendiamo conto (e succede, succede spesso) che la persona che abbiamo di fronte non ha necessariamente il talento, la propensione, le capacità necessarie. Se in definitiva non rischiamo, a volte, di favorire il famoso “principio di Peter” ovvero quello per cui ogni dipendente sale nelle gerarchie aziendali fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza.

Forse la riflessione che dovremmo fare, al di là di ogni personale giudizio sulla questione, è quella che ognuno di noi deve trovare una collocazione professionale adatta alle proprie capacità e attitudini, senza farsi (troppo) guidare dall’ansia del successo, del guadagno facile, del titolo altisonante.
Massimizzare il proprio benessere non solo economico nel lungo periodo, anziché limitarsi ad ascoltare quella vocina dentro la testa che ci dice che “dobbiamo” fare di più, meglio, che non è mai abbastanza.

E in questo senso il ruolo del selezionatore assume una valenza fondamentale.